Sentirsi a casa, lontano da casa

APPROFONDIMENTI

Sessanta minuti di ritardo e l’immediata sensazione all’arrivo di aver sbagliato outfit. Si aprono le porte del treno e un freddo pungente mi penetra le ossa. Milano, per chi è abituato all’afa capitale, ti accoglie sempre in maniera fredda, quasi distaccata. Se a Roma sembra quasi che tu le sia mancato, a Milano questo non interessa. Anzi, vedi di liberare il binario che altri devono passare. Cielo grigio, nubi sparse che minacciano di rovinare la festa calcistica in programma a San Siro e ritmi serrati fanno da cornice ai miei primi passi nel centro. 

Milano ha però respirato tante volte, nella sua storia calcistica, quest’aria così fredda ma ugualmente passionale, quella delle grandi vigilie, di coppe di campioni come canterebbe Venditti. Questo pomeriggio di maggio sicuramente non è tra quelli, Milano passeggia, vigila e rimane operativa al massimo delle sue possibilità. E così il tempo passa e ci si ritrova a San Siro a pochi minuti dalla partita.

Ho avuto la fortuna di assistere alla partita senza impegni lavorativi. Entrando all’interno dello stadio, mi dirigo con alcuni colleghi di Milano praticamente a bordocampo. Da lì l’impatto di San Siro è davvero impressionante. “Ma il Milan va così male ed è sempre pieno?” domando. “Sì, perché la gente sa che stanno dando il massimo. E allora li sostiene” mi viene risposto. San Siro è lo stadio che più di tutti dà un sapore di calcio. Un impianto costruito per permettere a tutti di godere nei 90 minuti dello spettacolo che solo “il pallone” è in grado di regalare. 
Spettacolo che viene anticipato rispetto al fischio d’inizio di Rizzoli. Lo speaker del Milan annuncia le formazioni.
Il tono, non trionfalistico, accompagna e scandisce gli interpreti giallorossi. Poi la pausa. “Con il numero 10 Francesco Totti”. 20 secondi di blackout a Milano. Tutti in piedi ad applaudire. “Mai vista una roba così Andre. Mai”. 

Eppure le aspettative dei tifosi di casa per la serata non sono certamente delle migliori e la sola marcatura di De Sciglio su Perotti sembra aver fatto pentire molti della scelta di venire allo stadio. “Non lo vede mai oh”. Non c’è partita. Non c’è mai stata.

La Roma macina gioco, mantiene le distanze e torna ad essere letale negli spazi, enormi, che il Milan le concede. Uno-due di Dzeko, due pali e un San Siro frastornato si rifugia a mangiare qualche trancio di pizza, per nascondere l’amarezza dell’ennesima serata storta della stagione. 

Il secondo tempo ha inizio e la Curva Sud di San Siro srotola uno striscione. “La Sud rende omaggio al rivale Francesco Totti”. Lo stesso settore che ha avuto modo in passato di esporre contenuti deplorevoli in ricordo di Antonio De Falchi o che non è riuscita a celebrare al meglio il saluto alla leggenda Maldini, questa sera invece è lì a salutare Totti. Uno che ha segnato a Milano tante volte, negli ultimi anni soprattutto. E’ un campione che probabilmente non è venuto a giocare da queste parti perché è una bandiera. E le bandiere, quelle non si comprano.

La partita recita il suo copione, in maniera distratta e veloce, fino al gol di Pasalic che riaccende San Siro. Il sogno di una rimonta, stile derby, fa capolino nella mente dei tifosi presenti che si vedono però costretti a desistere, davanti al destro a giro di El Shaarawy. Al suo ingresso c’erano stati solo applausi. E aveva segnato anche un anno fa. “A Roma non accade mai, gli ex di solito si fischiano” sussurro. “Che motivo ci sarebbe di fischiare Elsha?” mi domandano. Motivo che infatti non trovo. 

La partita è chiusa e allo stadio si inizia a respirare un’aria strana. Come quando si accompagna un amico o una fidanzata ad un binario del treno prima di una lunga separazione. Il tragitto è pieno di sorrisi perché è giusto che sia così. Poi arriva il momento dei saluti. E salutarsi è importante. Soprattutto quando ignori il momento in cui ti rivedrai. 
“Oh, non facciamo che ci perdiamo di vista…mi raccomando!”. La raccomandazione spontanea di San Siro nei confronti di Totti è stata nitidamente percepita da chi ieri era allo stadio. Ed è stato un momento poetico, romantico, sospeso nel tempo. Perché i rivali di un tempo in quel momento era solo innamorati di calcio e di una maglia numero 10 che, a distanza di chilometri, ha fatto la storia. Capitoli di una storia vissuti da loro anche sul prato di San Siro. E lì lo vogliono salutare. 

Mi ha colpito tanto la lettera che un tifoso dei Boston Celtics, tale Jonathan Jacobson, scrisse a Kobe Bryant prima dell’ultima gara che avrebbe disputato contro la sua squadra: “Spero di batterti un’altra volta ma poi alzarmi insieme a tutti. Ti mostreremo il rispetto che meriti con la più grande standing ovation che tu abbia mai visto. Ci asciugheremo gli occhi. Ti daremo il nostro agrodolce addio. Perciò prima che tu vada, voglio ringraziarti per esser stato molto più di un giocatore di pallacanestro. 

Per un’intera generazione, tu sei stata la pallacanestro. 
Non posso credere che lo sto dicendo…ma mi mancherai tantissimo. Love and hate you always”.

E’ una questione di attesa. Minuti e secondi. La partita non si gioca più sul campo ma sulla panchina della Roma. “Ma non lo fa entrare?”. Non sapevo cosa pensare o dire. Certo che entra, è l’ultima di Totti a San Siro. C’è gente che è venuta solo per quello, papà che hanno portato i figli per fargli vedere almeno una volta nella vita quel 10 in campo.
“Andre, s’è fatto male Dzeko. Ora fa entrare il Cap”. Una frase detta con la classica cadenza milanese mi risuona quasi familiare. Mi fa sentire a casa. 

Ad uscire dalla panchina della Roma però è Bruno Peres. Di Totti nemmeno l’ombra.
I fischi che accompagnano l’ingresso dell’incolpevole brasiliano sono i fischi di alcuni innamorati traditi, romantici che avrebbero voluto assaggiare ancora una volta una giocata o un colpo di genio “der Pupone”. Fischi che si trasformano in applausi quando seguono il coro partito dal settore ospiti: “Un Capitano, c’è solo un Capitano”.

C’era un solo Capitano ieri sera, per tutti. Tutti presenti per rendergli omaggio, nonostante fosse stato anche odiato in passato, ma nessuno voleva mancare all’appello, tutti pronti a spellarsi le mani per poter dire: “quando Totti ha giocato la sua ultima gara alla Scala del Calcio, io c’ero”. 

E’ stato invece un cerimoniale rinviato. A mai più. 

C’era il binario. 

C’era il treno. 

Ma non c’era nessuno da salutare.
Il treno è passato e nessuno è salito. 

E a guardarlo da lontano, con la tristezza nel cuore, è il classico treno che passa una sola volta nella vita.

Peccato non averlo capito Mister. Peccato non averlo preso Francesco. 

Andrea Di Carlo