Tatuaggi, gol e libertà: ecco Antonucci, diciannovenne che ha stregato la Roma

STADIO

Non serve scomodare la storica citazione di Fabio Caressa ("il calcio è strano, Beppe") per dare l'idea di quanto un calcio al pallone sia capace di cambiare la vita a un ragazzo. Basti menzionare l'esordio in Serie A di Mirko Antonucci: sedici minuti di freschezza e idee culminate nell'assist decisivo per uno che ha vinto ovunque e che, con ogni probabilità, riprenderà a vincere altrove. Edin Dzeko raccoglie e ringrazia, il cross mancino del classe '99 facilita la tredicesima marcatura stagionale e regala un punto prezioso - ma sofferto - a una Roma in netta difficoltà contro la Sampdoria di Giampaolo.

Ma torniamo a Mirko. La giovane ala cresce a Centocelle con i colori dell'Atletico 2000, strizzando da subito l'occhiolino allo staff di Trigoria. A tredici anni l'interesse dei grandi club inizia a palesarsi, l'Inter offre 30.000 ma è Bruno Conti - allora responsabile del settore giovanile - ad accaparrarsi il cartellino con € 12.000 in meno, raggiungendo un accordo con l'attuale presidente del Perugia, Massimo Santopadre. Il ragazzo e la sua famiglia vogliono Trigoria e vedono giallorosso: dai Giovanissimi alla Primavera il passo è breve; grazie alla costanza dei migliori e all'attenzione della sua famiglia - mamma Lucia in primis - vince tutto e attira persino l'attenzione del Manchester United.

Nel suo destino, però, c'è la Roma. No alla Premier League e sì ad Alberto De Rossi, con cui vince tutto (ritiro con la prima squadra incluso). A Pinzolo è Eusebio Di Francesco a seguirne i primi, delicati passi: “Quanti anni hai? Bene, non me ne frega un c… Prendi sta palla e punta l’avversario. Punta!”. Il diciottenne coglie l'attimo e ingrana la quinta. Sa di avere qualcosa in più, sa di poterne approfittare. Serve una Roma falcidiata dagli infortuni (e nella sua crisi stagionale più nera) per regalargli la prima convocazione. Poi l'inaspettato esordio in Serie A, in quello che - a sua detta - è sempre stato lo stadio dei suoi sogni: Marassi. Allora via, non è l'età che conta ma il piede. E proprio "il suo piede sinistro", per citare un vecchio film di Jim Sheridan, gli regala il primo Oscar personale della carriera. Sia chiaro, però, testa bassa Mirko. Se è vero che il calcio regala sogni da un giorno all'altro, può dissolverli in tempi ancor più brevi. E nessuno a Roma, città che si affeziona presto, vorrebbe un epilogo simile.

Riccardo Cotumaccio