Perotti: "Vi racconto come batto i calci di rigore"

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Diego Perotti, esterno della Roma, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di DAZN, in cui ha raccontato del momento che sta vivendo in Italia a causa del coronavirus e, soprattutto, della sua infallibilità dagli undici metri. Queste le sue parole: "Vivo il momento prima del rigore in maniera tranquilla, ovviamente dipende dal risultato e del minuto. Può cambiare un po’ l’emozione, ma la vivo come una cosa normale del gioco in cui ho fiducia di poter segnare".

Quando ha iniziato a calciarli? 
"Da bambino non tanti, nelle giovanili non ero il rigorista. Ho iniziato a calciarli da professionista. A Siviglia giocavo con un portiere, cercavo di capire come potevo avere più vantaggio. Prima calciavo camminando, ora faccio un po’ più veloce perché dopo che ne hanno parato uno ho pensato che era meglio modificarlo per non rischiare tanto. In questa nuova maniera mi trovo meglio".

La tecnica di tiro. 
"Sono un po’ scaramantico. Metto il buco del pallone verso la porta, appoggio il piede con cui tirerò, faccio sette passi indietro, guardo l’arbitro aspettando che fischi… Guardo un po’ il portiere prima, ma non troppo. Quando l’arbitro fischia comincio a guardare la palla, piano piano, cerco di non andare troppo veloce per fare quel piccolo salto con cui ne approfitto per guardare il portiere. Non scelgo l’angolo, provo a vedere il movimento del portiere, che anche se non si butta fa sempre qualche movimento. E cerco di metterla dalla parte opposta. Il portiere anche se si butta non riesce ad arrivare se sta troppo tempo fermo. Non ho bisogno di guardare la palla perché ce l’ho nella mia mente dov’è, ce l’ho il senso di dov’è. Per fortuna finora è andata bene, vediamo se con questo portiere ci riesco… (il figlio Francesco, ndc)".

Prima di calciare pensa “segno sicuro” o “stavolta lo sbaglio”?
"Ogni volta che vado a calciare dico che sono il migliore a calciare i rigori, che farò gol, che non sbaglierò. Mi do fiducia mentalmente, soprattutto ora che con il Var mi è capitato di dover aspettare qualche minuto, dove la tensione aumenta. Dico a me stesso che è impossibile sbagliare, che la palla andrà dentro".

Il rigore di cui ha avuto più paura?
"Non so se paura, ma il rigore nel derby all’Olimpico sullo 0-0, nel secondo tempo (stagione 2017-2018, 2-1 finale per la Roma). Il portiere non ha fatto una mossa molto evidente, l’ho calciato bene ed è andato angolato, è servito per sbloccare la partita che poi abbiamo vinto".

E quest’anno?
"Contro la Juve, il portiere era Szczesny che mi conosceva. Non sapevo come si era preparato, avevo tirato tanti rigori in allenamento e tante volte me li aveva parati, sui rigori è bravissimo. Avevo un po’ quel nervosismo. Invece l’ultimo con l’Hellas è stato particolare. Non venivo da un buon periodo, avevo perso la titolarità, mi ero fatto male e quando ero rientrato non avevo fatto molto bene. Quella partita entro perché si fa male Kluivert, a freddo, senza riscaldarmi. La prima palla che tocco la sbaglio e loro segnano, poi il Var l’ha annullato. Sono state tante le sensazioni in quel momento in cui aspettavo il Var, se avessimo preso il gol dal Verona per colpa mia sarebbe stata dura per tutto il gruppo ma anche per me, sarebbe stato difficile riprendermi. Poi dopo 10-15 minuti arriva il rigore, era alla fine del primo tempo. In campo c’erano Kolarov, Veretout che aveva calciato gli ultimi. Ma non ci ho pensato, sono andato lì e ho preso la palla. Io sono il responsabile dei rigori, non mi posso tirare indietro perché non sto giocando male o perché le cose non stanno andando bene. Non sarebbe onesto da parte mia, io sono quello che calcia i rigori nella Roma, dovevo prendere la palla e fare gol".