Civitarese (Mental Coach): "Molti atleti non riescono ad esprimere il talento. Hanno un blocco che viene dettato dalle critiche"

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Roberto Civitarese (Mental coach) è intervento in esclusiva ai nostri microfoni, soffermandosi su questa nuova figura che piano piano sta diventando sempre più presente nel calcio.

Un allenatore, al giorno d'oggi, deve essere uno psicologo, un mental coach o lavorare sul campo?

"In ordine di priorità si deve prima entrare nella testa del calciatore e poi sul campo. Perché è ormai risaputo che l'aspetto mentale è la centralina del motore. Così facendo, si mette nelle condizioni il calciatore di offrire una prestazione al massimo del potenziale".

Come si fa ad entrare nella testa dei giocatori?

"Un allenatore nuovo deve tirare una riga e lasciare il pregresso alle spalle. Primo aspetto importante è quello di guardare avanti e condividere un obiettivo di squadra comune. Per prima cosa devo capire prima in che direzione si vuole andare. La realizzazione dell'obiettivo diventa la leva motivazionale che mi spinge in campo ad andare al massimo. Il secondo passaggio è l'analisi delle risorse che si hanno a disposizione. Si deve guardare al futuro definendo un obiettivo, nel calcio non è un abitudine frequente purtroppo".

È più semplice entrare nella testa di un calciatore giovane come Zaniolo, oppure nella testa di un giocatore esperto come Dzeko?

"Ci sono sempre dei pro e dei contro, se hai davanti un giovane hai il vantaggio di avere un atleta inesperto e quindi c'è tutta una struttura mentale da poter plasmare. Invece con il giocatore esperto, hai un pregresso storico che forma le sue convinzioni. Il rovescio della medaglia però c'è ed è l'inesperienza del giovane, con la conseguenza di avere poche risorse a disposizione. L'esperto, che in passato ha già vissuto dei momenti negativi, ha già fatto questo tipo di esperienze e di fronte ad una situazione negativa riesce a districarsi meglio".

Oltre ai calciatori, anche gli allenatori avrebbero bisogno del mental coach?

"Qualcuno si sta avvicinando. L'allenatore però ha una resistenza, perché pensa di essere già un mental coach per la sua esperienza. Io invece credo che bisogna acquisire delle tecniche per poter entrare nella testa del calciatore e velocizzare il processo dei risultati".

(Domanda ascoltatore) A cosa serve il mental coach ai calciatori? Loro hanno i fans e uno stipendio invidiabile.

"No, anzi è l'esatto contrario. Negli altri sport, ad esempio, ci sono il primo posto, il secondo e il terzo. Nel calcio questo non c'è. Chi arriva secondo viene considerato il primo degli sconfitti. Se perdi una partita, vieni ricoperto di critiche e di conseguenza superare questi momenti diventa difficile".

Quali sono le difficoltà che più spesso ha riscontrato? Ansia da prestazione o da critica, ad esempio. 

"Quella più frequente è l'incapacità di esprime il proprio talento. Molti atleti mi chiamano perché non riescono ad esprimersi come l'anno prima. Hanno un blocco che viene dettato da critiche, situazioni societarie o magari contrattuali. Da una serie di situazioni, che impediscono al calciatore di andare in campo con la testa libera".

Win-win nel calcio?

"Vincere aiuta a vincere. Fa parte di un processo che è questo: l'identità. Ad esempio: io mi ritengo una giocatore o una squadra forte e vado in campo giocando in un certo modo. Vado in campo oggi, vinco e mi sento più forte di ieri. Prendo ad esempio l'intervista di Maran, che per motivare la sua squadra ha fatto vedere dei filmati sul Manchester City. I risultati sono stati ottimi, perché sono riusciti a mettere sotto una squadra forte come l'Atalanta".

(Domanda ascoltatore) Come fa un giocatore che guadagna 4 milioni ad avere bisogno di un mental coach, un padre di famiglia che deve fare?

"Ogni persona vive una sua realtà. Se un giocatore guadagna milioni, ma è insoddisfatto, non avrà la problematica del mutuo a fine mese d'accordo. Il vero problema è che si dovrà confrontare con l'aspettativa della tifoseria o della società nei suoi confronti".